IMPA LA CITTÀ

A Buenos Aires, nel quartiere di Almagro, c’è IMPA:
la più antica fabbrica occupata argentina.
IMPA è scuola, museo, teatro, radio, TV,
laboratori culturali, educativi, artistici.
IMPA è una città. Nel cuore di Buenos Aires.

 

Cosa unisce un regista teatrale ad un museo, un’insegnante a un operaio, una cooperativa a decine di laboratori artistici, creativi, sportivi?

Qualcosa di molto concreto, uno spazio, e qualcosa di assolutamente immateriale, un progetto.

In una parola: IMPA.

Da oltre venti anni l’IMPA è una fabrica recuperada, ovvero autogestita da una cooperativa di lavoratori. Nella metà degli anni ‘50, i lavoratori dello stabilimento erano circa 3.000. Al momento dell’occupazione gli operai erano oltre un centinaio, oggi meno di 50. Da subito parte l’idea di condividere gli spazi lasciati vuoti dalla fabbrica – che sono sconfinati – con il quartiere che ospita lo stabilimento, Almagro.

IMPA diventa in breve tempo – per l’intera Buenos Aires – un propulsore di socialità, cultura, educazione. Mentre la produzione di manufatti in alluminio prosegue, all’interno di IMPA nascono un centro di formazione, una università popolare, una radio e una tv autogestite, quattro compagnie teatrali e molto altro ancora.

A questi esperimenti si affiancano decine di laboratori, palestre, gruppi: danza, musica, arti. Fondata sulla partecipazione volontaria, IMPA vive grazie alla cooperazione e alla solidarietà, creatività ed unità, in una condizione perennemente precaria, perché si trova giorno e notte sotto il rischio di un attacco giudiziario che, al momento delle riprese del film, ha preso la forma del taglio completo della corrente elettrica. Convive con la costante possibilità di perdere tutto.

IMPA è la perfetta rappresentazione della resistenza e della resilienza.

Il film tratteggia un affresco corale di questo formidabile esperimento, in costante evoluzione, attraverso una struttura a mosaico in cui all’osservazione partecipante si mescolano le testimonianze di singole storie degli individui che popolano IMPA.

NOTE DI REGIA

Mettere piede in IMPA è stato per me entrare in un mondo distante, fino a quel momento conosciuto solo di riflesso e in maniera parziale. IMPA invece è grande e reale, e le vicende che la animano sono concrete, potenti, vive. La principale spinta a far conoscere questa realtà è quella di mostrare la sua irriducibile unicità e complessità, che rende questo isolato nel cuore di Buenos Aires uno scenario ricchissimo. Sono entrato in IMPA per osservare il suo funzionamento profondo: volevo stare e stare a vedere questo grande organismo complesso che è IMPA senza pregiudizi, ma con curiosità e capacità di ascolto. Con la sensazione che la forma espressiva migliore per raccontare una storia collettiva come quella di IMPA, che di fatto è la storia di un enorme contenitore (e delle esistenze che lo attraversano), sia quella dell’osservazione partecipante.

Il cinema diretto, i suoi strumenti, la capacità di stare a fianco delle persone che abitano IMPA è così stato il modo che mi ha guidato, con attenzione ed empatia, alla continua ricerca della giusta distanza. Questo è lo stile che ha pervaso tutto il percorso espressivo del film: raccontare attraverso la scrittura delle immagini, senza costruzioni precedenti, inseguendo l’utopia di creare il proprio film attraverso gli aventi che lo compongono. Per permettere allo spettatore di crearsi una propria lettura, un proprio personale percorso nel labirinto IMPA.

Un piccolo omaggio al grande cinema di Frederick Wiseman e Nicolas Philibert.

IMPA enamora.

 

 

 

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