MACCAJA

« […] Roba seria, roba grossa, troppo grossa per Savona. Una media di due bombe la settimana, preferibilmente una al martedì ed una al sabato, è una media dura da tenere anche in Irlanda, figurarsi a Savona. Esplosivi e detonatori non li compri certo in latteria, poi li devi trasportare fino al posto di confezionamento, poi devi essere capace di costruire una bomba e quando l’hai finita la devi portare sul posto, piazzarla ed innescarla. Poi te ne devi andare prima che scoppi, ma non troppo prima, altrimenti qualcuno la può trovare. Insomma: ci vuole una bella organizzazione che gira come un orologio e non lascia traccia. Fino ad ora c’è solo l’orma di uno scarpone stampata in un lago di fango. Nessuna rivendicazione, neanche di un mitomane. E anche questo non è normale. E poi ci sono gli obiettivi, e anche lì c’è da spaccarsi il cervello. Bomba nel Palazzo della Provincia: attacco allo Stato. Bomba nel portone di casa di un Senatore: attacco ai Politici. Bomba in un condominio proprio dietro la Prefettura: attacco allo Stato o ai poveri cristi? Bomba in una scuola, bomba sulla ferrovia mentre sta per passare il treno, bomba sull’autostrada, bomba in un condominio, bomba al pilastro di un viadotto attaccato alla caserma dei carabinieri. Troppe bombe e troppi obiettivi. Non si sa da che parte girarsi. […]».

 Massimo Botta, Dove nascono le onde, De Ferrari, Genova, 2015, pagg. 103 e 104.

 

 

MACCAJA /// LE BOMBE DI SAVONA

Maccaja è la nebbia sul mare. Una nebbia che dalle onde rientra in città, fino alle colline, e tutto pervade, rendendo incerto lo sguardo, invisibile la linea dell’orizzonte, sfumati i contorni delle cose. 

La storia che il film racconta inizia qui, oggi. Da ciò che resta evidente del bombardamento di una città, avvenuto in epoche lontane dalle guerre, in periodo di pace. Savona è una delle pochissime città europee, prima del conflitto balcanico, ad aver subito un bombardamento protratto e continuato contro la popolazione, la case, le scuole (se si esclude l’eccezione di Belfast, davvero pochi sono gli esempi a nostra disposizione).

I bersagli civili erano la maggioranza, anzi gli unici obiettivi di quelle stragi sfiorate. I colpevoli non hanno mai avuto un volto, nessun procedimento giudiziario ha mai preso il via, la nebbia, la maccaja ha avvolto quella storia.

 

La risposta che all’epoca dei fatti ha dato la città però impressiona, a distanza di quarantacinque anni, per la veemenza, la compattezza, la coesione che ha dimostrato. Ad una sola settimana dalla seconda detonazione, centinaia, migliaia di persone, a partire dagli studenti del Liceo Scientifico, riuniti in assemblea straordinaria, hanno invaso le strade, a tutte le ore del giorno e della notte, facendo i turni, condominio per condominio, quartiere per quartiere, per difendere le proprie strade, le proprie case, i propri rioni.

Un’organizzazione spontanea senza precedenti, che ha unito studenti, fabbriche, sindacati, partiti, parrocchie, circoscrizioni, società operaie, madri, figli, nonni, associazioni, cani sciolti e singoli individui che hanno collaborato e protetto il proprio chilometro quadrato con modalità che nessuno si aspettava. Di sicuro non se le augurava chi quegli ordigni ha posizionato, con l’intenzione di seminare scompiglio e terrore.

Di mettere paura a una città. Operaia, scontrosa ma solidale, soprattutto ribelle.

 

 

Sono numerose le analisi storiche in cui si da conto di Savona come una città-laboratorio in quella stagione perversa e rutilante che prende il nome di Anni di Piombo, in cui Stato e gruppi eversivi neofascisti hanno dato vita alla terrificante modalità di sovversione dall’alto nota come Strategia della Tensione. Una modalità di gestione del conflitto sociale e di contrasto della consapevolezza di strati della popolazione sempre più emancipati che stava attraversando l’intero emisfero occidentale (dalla CIA in USA al Plan Condor in America del Sud) e che anche qui, alla periferia dell’impero, a Savona, prendeva corpo, allungando le sue lugubri ombre. È verità storica, anche se da questa parte dell’oceano mancano le prove, i mandanti, i colpevoli. Di quella stagione si è scelto di raccontare l’oblio, il nulla, la vergogna, il silenzio.

Nella Savona di oggi, di quegli eventi tragici, che hanno segnato la perdita dell’innocenza per una intera comunità, non resta alcun segno, se non una piccola, minuscola lapide che ricorda l’unica, sfortunata vittima, di quegli attentati, Fanny Dallari, deceduta in casa propria a seguito della bomba esplosa nel portone del condominio in cui abitava, che con la deflagrazione ha sventrato i pavimenti del portone e quindi del suo alloggio, sito al primo piano dello stabile di via Giacchero. Le strade aggredite, i binari del treno, il Palazzo della Provincia, la Scuola media Guidobono, ogni obiettivo di quella infame aggressione non recano i segni, la memoria, lo strazio di quegli eventi: sono muti, apparentemente incontaminati da quegli squarci, non comunicano – a chi li osservi oggi – quella violenza, quel dolore, quella minaccia.

Da lì vogliamo ripartire, da quei luoghi, nudi ed innocui, per riflettere, insieme agli studenti, su quella stagione, sulle dinamiche che hanno portato all’oblio e alla dimenticanza collettiva, sul ruolo ambiguo svolto dall’educazione e sulla mancanza di rapporto tra generazioni che ha permesso che una fase così conflittuale e tragica, sicuramente determinante per capire come siamo oggi – anche se non sappiamo ancora come e perché – sia stata rimossa, dimenticata, cancellata.

 Il progetto Maccaja prevede la raccolta di decine di testimonianze di alcuni dei protagonisti delle ormai dimenticate ronde popolari autogestite, sorte nei giorni del Novembre 1974 e che si proponevano di contrastare collettivamente, attraverso il presidio dello spazio urbano, l’azione di intimidazione civile e politica che veniva portata avanti attraverso attività di terrorismo indiscriminato, rivolto alla popolazione inerme, da gruppi di estrema destra in collaborazione con i Servizi Segreti (definiti impropriamente ‘deviati’). Questa serie di azioni terroristiche sono considerate dalla Commissione Stragi – al pari di altre più notorie (1969, Piazza Fontana; 1980, Stazione di Bologna) – come parte integrante della Strategia della Tensione che in quegli anni sconvolse non solo il territorio nazionale ma anche il tessuto sociale ed urbano savonese.

 

 

La vicenda delle Bombe di Savona è tanto fuori dall’ordinario per i drammatici avvenimenti accaduti (dodici ordini esplosivi fatti brillare nel cuore di una città operaia, come sperimentazione di una potenziale richiesta di maggiore controllo da parte degli organi repressivi dello Stato) così per la imprevedibile e straordinaria reazione popolare, spontanea e di massa, che in brevissimo tempo (circa una settimana) mise in piedi un enorme potenziale auto-organizzativo e diede vita alle Ronde Antifasciste con l’obiettivo di proteggere il territorio urbano. E lo difesero, materialmente, con la propria presenza, migliaia di persone.

In concomitanza con tali eventi le inquietudini di un gruppo di studenti delle scuole superiori savonesi (in particolare del Liceo Scientifico e del Liceo Classico) portano all’esperienza della prima radio indipendente sul territorio locale: Radio Savona Libera, attiva ancora oggi, con il nome di Radio Savona Sound  – Radio 104 FM. Ai tempi della nascita della radio, l’utilizzo delle bande in modulazione di frequenza (le FM) era vietato e quella prima emittente fu, al pari di moltissime altre sul territorio nazionale, una radio pirata. I protagonisti di quella avventura unica coincidono in gran parte con gli studenti che furono tra i primi a dare vita alle ronde popolari, espressione di una vitalità e una consapevolezza collettiva difficilmente riscontrabili oggi.

Il film si compone di una pluralità di contributi: le testimonianze raccolte, vero e proprio patrimonio di contenuti oltre che elementi drammaturgici tout court; i materiali di archivio di varia tipologia: giornali, riviste, documenti, fotografie, filmati e preziosi documenti audio delle prime trasmissioni della radio; le ricostruzioni interpretate dagli studenti dell’Istituto, in cui prenderanno corpo alcuni piccoli eventi che fanno parte di quella vicenda storica. Gli studenti, attraverso un laboratorio di scrittura che metterà in relazione analisi del contesto storico e lettura della contemporaneità, elaboreranno un testo per la voice over, sintesi sulle questioni tra tempo e memoria che tali vicende suggeriscono. 

Il progetto si sviluppa in collaborazione con il Liceo Scientifico Orazio Grassi di Savona, anche grazie all’attivazione del progetto di Alternanza Scuola-Lavoro, il supporto scientifico dell’ISREC di Savona e attraverso il Laboratorio Audiovisivi Buster Keaton che coordina gli studenti del Corso di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Genova – Campus Universitario di Savona.

 I materiali raccolti contribuiranno alla produzione di un cortometraggio documentario, Maccaja, in cui elementi storici e contemporanei, di archivio così come di finzione, si pongono in dialogo per restituire in forma divulgativa e dinamica una parte di storia nazionale oggi dimenticata.